A Bagheria Rita Pecoraro e Giuseppe Lo Medico hanno fondato UMIP per provare a cambiare il modo in cui guardiamo alla disabilità.

Dalle barriere architettoniche al lavoro, dall’accessibilità dei locali alle scuole, fino al sogno di un centro che non sia un “parcheggio”, ma un luogo nel quale costruire autonomia, interessi e futuro.
Ci sono barriere che si possono vedere. Un gradino davanti all’ingresso di un negozio, un marciapiede impraticabile, uno scivolo occupato da un’automobile.
E poi ce ne sono altre che non compaiono su nessuna mappa.
Sono gli stereotipi, il pietismo, l’assistenza non richiesta, l’idea che una persona con disabilità debba necessariamente essere fragile, dipendente dagli altri o eternamente bisognosa di qualcuno che decida al suo posto.
È soprattutto contro queste seconde barriere che, nel 2022, a Bagheria, nasce Una Marcia in Più ODV-ETS (UMIP), fondata da Rita Pecoraro e Giuseppe Lo Medico, oggi rispettivamente presidente e vicepresidente dell’associazione.
La missione è precisa: migliorare la qualità della vita e l’autonomia delle persone con disabilità, rendendole parte attiva della propria esistenza.

Parlando con Rita e Giuseppe si comprende però che dietro quelle parole c’è qualcosa di molto più concreto.
«Volevamo cambiare l’immagine che si ha della disabilità», racconta Giuseppe. L’idea comincia a prendere forma già intorno al 2021 e parte anche dall’insoddisfazione verso un certo modo di fare assistenza: quello nel quale la persona viene aiutata, certamente, ma rischia di rimanere un soggetto passivo.
Rita insiste proprio su questo punto: la persona con disabilità deve poter essere protagonista attiva della propria vita, avere sogni, obiettivi e la possibilità di perseguirli, pur nella consapevolezza dei propri limiti; ed è anche da qui che nasce il nome scelto per l’associazione.
Molte realtà del settore, racconta Giuseppe, hanno denominazioni che richiamano immediatamente sofferenza e pietismo. Loro cercavano qualcosa di diverso. Una Marcia in Più suggerisce movimento, energia, uno slancio in avanti.
Quando l’inclusione smette di essere uno slogan
La parola inclusione è ormai dappertutto.
Per Rita e Giuseppe, però, il rischio è che rimanga una dichiarazione di principio.
«Siamo molto bravi a parlare di inclusione», osserva Rita. Poi si esce di casa e basta incontrare il primo gradino impossibile da superare per capire quanto possa essere grande la distanza tra teoria e vita quotidiana.
Giuseppe allarga ulteriormente il discorso: l’accessibilità fisica è soltanto una parte del problema. Essere inclusi significa avere opportunità, e tra gli ambiti nei quali questa distanza emerge con maggiore evidenza c’è il lavoro.
Rita racconta un paradosso sperimentato da alcune persone con disabilità: retribuzioni molto basse che devono fare i conti, a seconda della situazione individuale e della prestazione percepita, con le conseguenze reddituali sui sostegni economici e con i costi necessari per poter materialmente andare a lavorare: un autista, un accompagnatore, gli spostamenti.
Alla fine, osserva Giuseppe con un’espressione tanto semplice quanto efficace, può capitare di avere la sensazione di «lavorare per la gloria».
«Prima di aiutarmi, chiedimi se ne ho bisogno»
C’è poi una forma di discriminazione molto più sottile, perché spesso nasce addirittura da una buona intenzione.
È l’aiuto non richiesto.
Rita racconta quanto possa essere fastidioso vedere qualcuno precipitarsi ad aiutare una persona con disabilità senza prima domandarle se ne abbia effettivamente bisogno.
Il punto non è rifiutare l’aiuto. È poter scegliere.
Una persona che sta cercando di conquistare la propria autonomia può voler provare a fare qualcosa da sola. Se avrà bisogno di una mano, potrà chiederla.
Dietro quel gesto apparentemente premuroso può nascondersi ancora una volta lo stereotipo del “poverino”, della persona che deve necessariamente essere assistita, e quando chiedo loro se sia più difficile abbattere una barriera architettonica oppure un pregiudizio, la risposta non lascia molti dubbi:
Un gradino, in qualche modo, può diventare una rampa. Cambiare la mentalità delle persone è molto più complicato.
Via Libera: guardare la città dall’altezza di una carrozzina
Da questa filosofia nasce anche Via Libera!, progetto sviluppato da UMIP insieme al Comune di Bagheria.
Non si tratta semplicemente di parlare di accessibilità, ma di percorrere il territorio, individuare le barriere architettoniche, segnalarle e lavorare perché possano essere eliminate. Guardata da una carrozzina, una città cambia.
Ci sono vie accessibili e altre molto meno. Ci sono gli ostacoli strutturali, ma anche quelli creati quotidianamente dalle persone: automobili lasciate davanti agli scivoli, passaggi occupati, parcheggi riservati utilizzati da chi non ne avrebbe diritto.
Per Rita e Giuseppe l’autonomia significa anche non dover dipendere continuamente da qualcun altro per poter semplicemente uscire di casa e muoversi.
Per questo ritengono fondamentale anche il rapporto con le istituzioni.
«Facendo rete qualcosa si muove», spiega Rita. Un singolo cittadino difficilmente può affrontare tutto da solo; associazioni, cittadini e amministrazioni, invece, possono lavorare insieme.
Le Stelle dell’Accessibilità: una rampa non basta
Dentro Via Libera è nato anche il progetto delle Stelle dell’Accessibilità, attraverso il quale vengono mappate e valorizzate le attività commerciali accessibili.

Ma cosa significa davvero poter definire un locale accessibile?
Qui Rita e Giuseppe mettono in discussione un equivoco molto comune.
Non basta eliminare il gradino all’ingresso.
Bisogna poter entrare, muoversi negli spazi, utilizzare i servizi igienici. E soprattutto bisogna farlo in sicurezza e con la maggiore autonomia possibile.
Giuseppe racconta di essersi trovato più volte davanti a luoghi dichiarati accessibili che, una volta raggiunti, presentavano comunque un gradino. La soluzione proposta talvolta è semplicemente quella di sollevare la carrozzina.
Peccato che una carrozzina elettrica possa pesare intorno ai cento chili, ai quali va aggiunto il peso della persona. Sollevarla non è soltanto complicato: può essere pericoloso.
«Per noi sono le nostre gambe», ricorda Rita parlando delle carrozzine elettriche.
Gli esempi diventano quasi surreali: servizi igienici formalmente accessibili ma con sanitari collocati in modo da rendere difficile il trasferimento dalla carrozzina; lavandini con colonne che impediscono di avvicinarsi; rampe che terminano con uno scalino.
Il problema, spiegano, è confondere troppo spesso l’adempimento formale con l’accessibilità reale.
C’è anche un altro aspetto che viene dimenticato: una città accessibile non serve esclusivamente alle persone con disabilità. Serve a un anziano, a un genitore con il passeggino, a chi temporaneamente ha difficoltà a muoversi.
L’accessibilità, insomma, migliora la città per tutti.
Persino andare a un concerto può diventare un’impresa
Ci sono esperienze che per molte persone richiedono pochi minuti di organizzazione e che per chi utilizza una carrozzina possono trasformarsi in una trafila.
Un concerto, per esempio.
Giuseppe racconta che spesso non è possibile acquistare semplicemente il biglietto attraverso la normale piattaforma online. Occorre contattare l’organizzatore, attendere una risposta, verificare la disponibilità degli spazi accessibili e talvolta utilizzare modalità di pagamento differenti.
«A volte passa pure il piacere», racconta.
Una frase che probabilmente racconta il problema meglio di molte definizioni: inclusione significa anche poter fare qualcosa di normale senza essere costretti ogni volta a organizzare un’impresa straordinaria.
Il Villaggio dell’Inclusione: non parlare di inclusione, farla
Nel maggio 2026 UMIP ha organizzato a Porticello la prima edizione del Villaggio dell’Inclusione, con il patrocinio dei Comuni di Bagheria e Santa Flavia.
Una giornata aperta a tutti, con testimonianze, sport, libri, associazioni, musica e spettacolo.

La scelta della formula non è casuale.
Rita spiega che volevano dare una dimostrazione concreta di inclusione anziché organizzare l’ennesima iniziativa nella quale ci si limita a discuterne in teoria.
Tra i ricordi più belli Rita e Giuseppe citano Paolo Pocobelli, pilota che ha partecipato attivamente alla giornata e che per loro rappresenta concretamente ciò che cercano di raccontare: la disabilità esiste, ma non deve necessariamente cancellare aspirazioni, passioni e obiettivi.
Il rischio dei “centri parcheggio”
È probabilmente qui che emerge uno dei temi più delicati dell’intervista.
Rita e Giuseppe raccontano di aver conosciuto, direttamente e attraverso le testimonianze di altre persone con disabilità, realtà associative e centri che finiscono per funzionare come quelli che loro definiscono senza mezzi termini “parcheggi”.
Il riferimento non è indistintamente a tutti i centri per persone con disabilità.
Il problema nasce quando l’assistenza si limita a custodire la persona per alcune ore senza chiedersi chi sia davvero quella persona.
Che cosa le piace fare? Quali capacità possiede? Che cosa potrebbe imparare? Quali passioni ha? Quanta autonomia potrebbe conquistare?
Per UMIP assistere qualcuno non dovrebbe significare semplicemente occuparsi dei suoi bisogni essenziali. Dovrebbe significare aiutarlo a vivere. Da questa idea nasce il progetto più ambizioso di Rita e Giuseppe.
Il sogno: un centro che accompagni la persona nella vita
Se domani avessero a disposizione tutte le risorse economiche, umane e organizzative necessarie, il progetto sarebbe quello immaginato fin dalla nascita di Una Marcia in Più: un centro fisico capace di accompagnare la persona con disabilità e la sua famiglia lungo il percorso di vita.
Non soltanto riabilitazione.
Supporto psicologico, pedagogico, sociale, attività, interessi, relazioni e strumenti per conquistare tutta l’autonomia possibile.
Giuseppe ricorda la propria esperienza da ragazzo a Monaco di Baviera, dove veniva seguito sotto diversi aspetti: fisioterapia, sostegno psicologico e pedagogico, ma anche attività inserite tra una terapia e l’altra.
«Quello che abbiamo vissuto noi e che ci ha aiutato, noi lo vorremmo portare qui da noi e metterlo a disposizione degli altri».
È il contrario dell’idea del “parcheggio”.
Non portare qualcuno in un centro affinché trascorra lì alcune ore, ma costruire insieme a lui un progetto di vita, sviluppandone interessi, capacità e passioni e sostenendo contemporaneamente la famiglia.
L’obiettivo finale è semplice da esprimere e molto più difficile da realizzare: permettere a ciascuno di raggiungere il massimo grado possibile di autonomia e di vivere una vita piena, non soltanto una vita assistita.
«Non abbiamo la bacchetta magica»
Naturalmente tutto questo richiede risorse.
Dietro un evento, spiegano Rita e Giuseppe, c’è una quantità di lavoro che il pubblico difficilmente vede: permessi, adempimenti burocratici, organizzazione e, nel loro caso, un’attenzione ancora maggiore alle norme necessarie per garantire la partecipazione delle persone con disabilità.
Poi ci sono i soldi.
Donazioni, sottoscrizioni e 5 per mille sono fondamentali perché la buona volontà da sola non paga tutto ciò che serve per realizzare un progetto.
Eppure continuano.
Anche perché arrivano messaggi da persone che li ringraziano, che raccontano di sentirsi rappresentate o di cominciare a intravedere «una luce in fondo al tunnel».
Giuseppe tiene però a ricordare una cosa: «Non abbiamo la bacchetta magica».
Alcuni cambiamenti richiedono anni. Via Libera, per esempio, non è un progetto che può cominciare oggi e concludersi domani.
Cominciare dai bambini
Forse proprio perché cambiare la mentalità degli adulti è così difficile, Una Marcia in Più ha deciso di partire anche dalle scuole.
Rita e Giuseppe incontrano bambini e ragazzi, dalle elementari alle superiori, parlando di disabilità attraverso le proprie esperienze e testimonianze.

L’obiettivo è intervenire prima che pregiudizi e stereotipi diventino convinzioni difficili da scardinare.
Rita considera la sensibilizzazione nelle scuole uno dei fiori all’occhiello dell’associazione. Giuseppe ricorda però che il lavoro deve essere condiviso: associazione, scuola e famiglie hanno tutte un ruolo nell’educazione dei ragazzi.
Forse è proprio qui che il significato di Una Marcia in Più diventa più evidente.
Non negare la disabilità. Non fingere che i limiti non esistano. Non trasformare neppure la persona che li vive in un eroe soltanto perché affronta la quotidianità.
Semplicemente riconoscerla per ciò che è: una persona.
Una persona che può aver bisogno di aiuto, ma anche rifiutarlo. Che può avere bisogno di assistenza, ma desiderare autonomia. Che può incontrare limiti, ma avere contemporaneamente passioni, progetti, lavoro, relazioni e sogni.
Quando chiedo a Rita e Giuseppe che cosa significhi oggi, per loro, avere “una marcia in più”, le risposte finiscono per ricongiungersi.
Per Giuseppe significa provare a lasciare qualcosa che rimanga, cambiare l’immagine della disabilità e creare opportunità concrete affinché anche una persona con disabilità possa realizzare i propri sogni.
Per Rita significa continuare a fare di più, aiutare le persone e soprattutto sostenere le famiglie con qualcosa che sia concreto e tangibile.
Forse la loro idea di inclusione sta tutta qui.
Non costruire una vita intorno alla disabilità. Costruire le condizioni perché, con la disabilità, ciascuno possa vivere davvero la propria vita.

Per conoscere Una Marcia in Più
- Sito ufficiale: Una Marcia in Più
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