La Chiesa di San Giovanni Battista di Mogno, nel cuore della Val Lavizzara in Canton Ticino, è uno degli edifici religiosi contemporanei più singolari della Svizzera. Progettata dall’architetto ticinese Mario Botta, si trova nel piccolo villaggio di Mogno, lungo la strada che sale verso Fusio, e colpisce subito per la sua forma originale e per l’alternanza tra marmo bianco di Peccia e granito grigio di Riveo.
La chiesa che possiamo vedere oggi racconta inoltre una storia affascinante: fu costruita dopo la valanga del 1986 che distrusse l’antico edificio seicentesco dedicato a San Giovanni Battista.
Conoscere questa storia prima di entrare permette di osservare la chiesa di Mogno con occhi completamente diversi.
Mogno, un piccolo paese tra le montagne della Vallemaggia
Mogno si trova nell’alta Val Lavizzara, lungo la strada che conduce verso Fusio, in Canton Ticino.

Il paesaggio è quello caratteristico delle valli alpine ticinesi: boschi, pascoli, torrenti, pareti rocciose e piccoli nuclei abitati dove la pietra domina ancora l’architettura tradizionale.

È proprio per questo che l’arrivo davanti alla chiesa sorprende.
La sua forma geometrica e contemporanea sembra, almeno inizialmente, entrare in contrasto con le costruzioni circostanti. Avvicinandosi, però, ci si accorge che il legame con il territorio è molto più forte di quanto possa sembrare.

Mario Botta ha infatti scelto materiali provenienti dalla regione, facendo della pietra delle montagne uno degli elementi principali dell’edificio.
La chiesa di Mogno prima della valanga
La storia di questo luogo, naturalmente, non comincia con Mario Botta..
A Mogno sorgeva già una piccola chiesa dedicata a San Giovanni Battista, costruita nel 1636.
Era un edificio molto diverso da quello che vediamo oggi e costituiva uno dei punti di riferimento della piccola comunità.

Al suo interno erano conservati affreschi votivi risalenti al 1648, mentre sull’ossario si trovava un affresco del 1759 dedicato alla Madonna mediatrice delle povere anime.
Sull’altare era collocato inoltre un dipinto del 1642 raffigurante la decapitazione di San Giovanni Battista.
Per più di tre secoli la piccola chiesa rimase parte integrante del paesaggio di Mogno.
Poi arrivò il 1986.
25 aprile 1986: la valanga che distrusse la chiesa di Mogno
Alle 7.15 del 25 aprile 1986, una grande valanga si abbatté su Mogno
Durante l’inverno, sulle montagne circostanti si erano accumulate grandi quantità di neve. Con l’aumento delle temperature primaverili, l’enorme massa nevosa si staccò dal pendio fino a raggiungere il paese.
La valanga distrusse numerose costruzioni, tra cui l’antica Torba del 1651, alcune abitazioni e la chiesa di San Giovanni Battista.

Della chiesa rimasero soltanto le macerie.

Fortunatamente non ci furono vittime, ma quanto accadde quella mattina rappresentò una ferita profonda per il piccolo villaggio.
Per comprendere meglio la portata di ciò che accadde quella mattina, vale la pena soffermarsi su queste immagini d’epoca di Mogno dopo la valanga del 25 aprile 1986. Il video permette di osservare direttamente le conseguenze dell’evento e restituisce, forse più delle parole, la dimensione della distruzione che colpì il piccolo villaggio.
Video pubblicato per gentile concessione del sito Locarnese.tv – © Locarnese.tv
La valanga non distrusse soltanto la chiesa e alcune costruzioni del paese, ma travolse anche il camposanto di Mogno.
Ancora oggi, sul selciato vicino alla chiesa, una lapide conserva il ricordo di tutte le persone che vi erano sepolte. Collocata dall’Associazione Ricostruzione Chiesa di Mogno, rappresenta, come recita la stessa iscrizione, un «invito alla preghiera».

Le cronache pubblicate all’indomani della valanga raccontano anche un dettaglio particolarmente suggestivo: mentre la massa di neve travolgeva Mogno, una delle campane della chiesa avrebbe emesso un ultimo rintocco. Un’immagine dal valore quasi simbolico, soprattutto pensando a ciò che sarebbe avvenuto in seguito.
Tra i pochi elementi recuperati dalle macerie vi erano infatti le due campane del 1746, che sarebbero diventate uno dei collegamenti più importanti tra la vecchia chiesa e quella nuova.
Dopo la valanga: ricostruire o ripartire da zero?
Dopo la valanga emerse quasi immediatamente il desiderio di ricostruire San Giovanni Battista.
Il progetto fu affidato a Mario Botta, architetto ticinese già noto a livello internazionale.

La scelta, però, fu tutt’altro che scontata.
Si sarebbe potuto ricostruire un edificio simile a quello distrutto, riproponendo le forme tradizionali della chiesa seicentesca..
Mario Botta scelse invece una strada completamente diversa.

La nuova San Giovanni Battista avrebbe conservato un legame molto forte con la chiesa precedente, senza però copiarne le forme.
Presentato nel 1987, il progetto provocò un acceso dibattito.

Una costruzione tanto contemporanea nel cuore di un minuscolo nucleo alpino non convinse tutti e suscitò una forte opposizione.

La discussione superò ben presto i confini di Mogno, coinvolgendo il Canton Ticino e trasformandosi in un confronto sul rapporto tra architettura contemporanea, memoria e paesaggio storico. Più avanti tornerò su questa vicenda, che finì per assumere proporzioni sorprendenti per un villaggio così piccolo.
La nuova San Giovanni Battista progettata da Mario Botta
La costruzione della nuova chiesa iniziò nel 1992, quando il progetto di Mario Botta cominciò finalmente a prendere forma.

I lavori proseguirono per quattro anni.

Nel 1996 la chiesa e il sagrato erano ormai terminati e, il 25 giugno dello stesso anno, la nuova San Giovanni Battista fu consacrata.
Per il completamento della piazza si sarebbe invece dovuto attendere il 1998.
Mario Botta non si limitò a ricostruire un edificio religioso: reinterpretò la presenza della vecchia chiesa attraverso il linguaggio dell’architettura contemporanea.
Il nuovo edificio sorge infatti sul tracciato dell’antica chiesetta seicentesca, della quale conserva anche l’orientamento.
Neppure l’altezza è casuale: la nuova costruzione raggiunge infatti quella dell’antico campanile.
Il sagrato si trova invece nell’area dell’antico cimitero, mentre l’ossario è stato ricostruito nella sua posizione originaria.
Sono dettagli che mostrano come, nonostante un aspetto completamente diverso, la nuova San Giovanni Battista continui a dialogare con l’edificio scomparso.
Marmo di Peccia e granito di Riveo
Uno degli elementi che colpiscono immediatamente è l’alternanza tra fasce chiare e scure.
Per realizzare queste fasce sono stati utilizzati marmo bianco di Peccia e granito di Riveo, due pietre profondamente legate alla Vallemaggia.
Il marmo di Peccia viene estratto proprio in Val Lavizzara ed è una delle pietre più caratteristiche di questa zona.

Anche il granito di Riveo è una pietra strettamente legata al territorio della Vallemaggia.
Il risultato è una costruzione moderna che, nonostante le forme insolite, nasce letteralmente dalle montagne che la circondano.

Le fasce orizzontali bianche e grigie attraversano l’edificio creando un effetto grafico molto particolare. All’esterno evidenziano la forma della costruzione; all’interno guidano lo sguardo verso l’alto.
È però entrando che si scopre la parte più sorprendente dell’architettura della chiesa.
La sorprendente geometria della chiesa di Mogno
Descrivere la forma della chiesa non è affatto semplice e, secondo me, neppure le fotografie riescono a restituire completamente la particolarità di questa architettura.
Esternamente la base è ellittica, mentre lo spazio interno prende forma a partire da un rettangolo.
Procedendo verso la copertura, però, la geometria cambia progressivamente fino a diventare un cerchio, sul quale si innesta il tetto inclinato attraversato dalla struttura vetrata.

Questa trasformazione non nasce soltanto da una scelta estetica. Il netto taglio inclinato delle pareti richiama infatti l’immagine della rovina lasciata dalla valanga, mentre lo spazio interno sembra aprirsi progressivamente verso il cielo attraverso il grande tetto-lucernario.
È soprattutto una volta entrati che ci si accorge di quanto l’edificio cambi a seconda del punto dal quale lo si osserva.
Non esiste quasi una prospettiva dalla quale sia possibile comprenderne la forma nella sua interezza.

Bisogna girargli intorno, cambiare punto di osservazione e poi entrare.
Solo a quel punto ellisse, rettangolo, cerchio, pietra e vetro iniziano davvero a comporre un unico disegno.
Quando la luce diventa architettura
Una volta entrata, ciò che mi ha colpita più di ogni altra cosa è stata la luce naturale.
Non arriva dalle tradizionali finestre laterali, come avviene nella maggior parte delle chiese, ma entra soprattutto dall’alto.
Attraverso la copertura vetrata, la luce scende direttamente sulle pareti di pietra, modificando continuamente la percezione dello spazio.

L’interno può quindi apparire diverso a seconda dell’ora del giorno e delle condizioni meteorologiche. Il contrasto tra il marmo bianco e il granito scuro si fa ancora più evidente, mentre le fasce di pietra sembrano quasi guidare lo sguardo verso il cielo.
Eppure, nonostante le dimensioni contenute e le pareti massicce, entrando non ho provato affatto una sensazione di chiusura; al contrario, l’apertura superiore sembra mettere l’interno della chiesa direttamente in comunicazione con il cielo e con le montagne circostanti.
Gli archi della chiesa e la forza della montagna
Un altro elemento fondamentale della chiesa sono i grandi archi strutturali che attraversano la costruzione.
Non sono soltanto una soluzione tecnica.

Nell’architettura dell’edificio assumono anche un forte valore simbolico: la solidità della costruzione sembra quasi rispondere alla potenza della montagna.
La montagna che nel 1986 aveva distrutto la vecchia chiesa entra così a far parte del racconto di quella nuova.
San Giovanni Battista non cerca di nascondere quella tragedia.
In un certo senso nasce proprio da essa.
La massa delle pareti, la pietra, gli archi e la geometria compatta trasmettono una forte impressione di solidità, quasi come se l’edificio volesse esprimere la propria volontà di resistere.
Pietra, geometria e luce: l’interno della chiesa
Anche l’interno riflette perfettamente il carattere della chiesa: tutto è estremamente semplice e non c’è quasi nulla di superfluo.

Non aspettatevi grandi decorazioni, cappelle laterali, affreschi o altari barocchi. Qui le vere protagoniste sono la pietra, la geometria e la luce.
Entrando, lo sguardo si dirige naturalmente verso l’altare. Le panche in legno sono disposte in due file rivolte verso di esso, mentre l’altare, realizzato in marmo bianco, riprende attraverso forme geometriche essenziali il linguaggio dell’intero edificio.

La stessa impostazione ritorna nel fonte battesimale, ricavato da un elemento monolitico in marmo chiaro.
Guardandosi intorno si notano poi i pochi altri elementi presenti: sulla sinistra si trova una statua della Madonna, mentre alcune nicchie ricavate direttamente nello spessore delle pareti accolgono altre sedute.

Nulla sembra essere stato aggiunto semplicemente per riempire lo spazio. È probabilmente questo uno degli aspetti che ho apprezzato di più: il silenzio visivo dell’interno permette di concentrarsi sull’architettura, sui materiali e soprattutto sulla luce che arriva dall’alto.

Le campane del 1746: il legame con la vecchia chiesa
Tra gli elementi presenti nella nuova costruzione, due appartengono realmente alla chiesa scomparsa.
Si tratta delle campane del 1746, recuperate dalle macerie dopo la valanga.

La loro presenza rappresenta un collegamento concreto tra passato e presente.
La chiesa progettata da Botta non riproduce quella precedente, ma conserva la memoria dell’edificio che un tempo occupava lo stesso spazio.
Proprio il rapporto tra ciò che è andato perduto e ciò che è stato ricostruito rende la chiesa di Mogno qualcosa di più di una semplice curiosità architettonica.
La chiesa di Mogno che divise il Canton Ticino
Oggi San Giovanni Battista viene fotografata, studiata dagli appassionati di architettura e visitata da persone che arrivano da molti Paesi.

Inizialmente, però, il progetto non fu accolto con lo stesso entusiasmo.
Le forme moderne proposte da Mario Botta provocarono una discussione molto accesa. Secondo la RSI, gli oppositori arrivarono a raccogliere oltre 2.800 firme contro la realizzazione del progetto.
La vicenda assunse quindi dimensioni sorprendenti, soprattutto considerando quanto fosse piccolo Mogno.
Le parole di Mario Botta sulla ricostruzione di Mogno
Cercando informazioni sulla storia della chiesa mi hanno particolarmente colpita dalle dichiarazioni rilasciate da Mario Botta al giornale svizzero L’Osservatore. Per chi volesse approfondire, lascio qui il link.
Botta racconta che, almeno inizialmente, si interrogò lui stesso sull’effettiva necessità di ricostruire una chiesa in un paese con così pochi abitanti. Da un punto di vista strettamente religioso o funzionale, gli abitanti avrebbero infatti potuto raggiungere le chiese di Fusio o Peccia.
La risposta della comunità, però, fu molto semplice:
«Noi vogliamo ricostruire una chiesa perché lì c’era una chiesa».
Probabilmente è proprio questa frase a raccontare meglio di qualsiasi altra il significato dell’intero progetto.
Non si trattava semplicemente di sostituire un edificio distrutto, ma di non accettare che la valanga lasciasse alle generazioni successive un territorio più povero di quello ricevuto in eredità.
A quel punto anche Botta comprese che il nuovo edificio non poteva essere una costruzione qualsiasi. Doveva avere una presenza forte e diventare, anche fisicamente, una risposta alla forza della montagna.
L’architetto immaginò quindi una struttura solida, idealmente capace di opporsi alla violenza di un’eventuale nuova valanga e, allo stesso tempo, profondamente legata al luogo. Nelle sue parole, una forma «ancorata alla montagna» ma aperta verso il cielo.
Conoscere questo pensiero permette, secondo me, di osservare la chiesa con occhi completamente diversi. La forma compatta, gli archi, lo spessore delle pareti e l’apertura superiore non sono semplicemente scelte architettoniche: diventano parte della risposta che Botta diede alla storia di Mogno.
Alla fine, nonostante polemiche e opposizioni, il progetto venne realizzato e nel 1996 la chiesa tornò a far parte della vita del villaggio.
Nel 2018 la chiesa è stata inoltre inserita tra i beni culturali d’interesse cantonale.
Una chiesa moderna nel paesaggio antico di Mogno
Uno degli aspetti che più mi hanno colpita di San Giovanni Battista è proprio il suo contrasto con Mogno.

Se questa costruzione sorgesse nel centro di una grande città, probabilmente trasmetterebbe un’impressione completamente diversa; a Mogno, invece, è circondata dalle montagne.
Le case tradizionali, i tetti in pietra, il bosco e le pareti rocciose sembrano appartenere a un mondo molto lontano dalla geometria rigorosa di Botta.

Eppure la chiesa è costruita con le stesse pietre della valle.
È moderna nella forma, ma profondamente locale nei materiali.
Quello che a prima vista sembra un contrasto diventa quindi, osservandolo meglio, un dialogo.
Vale la pena visitarla anche senza essere appassionati di architettura?
Per me la risposta è assolutamente sì.

Non è necessario conoscere Mario Botta o essere appassionati di architettura contemporanea per apprezzare questo luogo.
San Giovanni Battista merita una visita anche semplicemente come tappa durante una giornata in Val Lavizzara.
Entrate, fermatevi qualche minuto e guardate verso l’alto.

Osservate come cambia la geometria delle pareti, come la luce attraversa la copertura e come le fasce di marmo e granito riescono a trasformare uno spazio relativamente piccolo in qualcosa di molto più monumentale.
Poi tornate all’esterno e fate il giro della chiesa.
La sua forma cambia a ogni punto di osservazione.
Mogno, una storia di memoria e rinascita
Ci sono edifici che raccontano soprattutto l’epoca in cui sono stati costruiti e altri che finiscono per raccontare il luogo al quale appartengono; la Chiesa di San Giovanni Battista di Mogno riesce a fare entrambe le cose.
È inequivocabilmente un’opera contemporanea e porta chiaramente la firma architettonica di Mario Botta. Allo stesso tempo nasce da una storia profondamente legata alla montagna e alla comunità che vive questa valle.
Prima c’era una piccola chiesa del Seicento.
Poi, in pochi istanti, una valanga l’ha cancellata.
Al suo posto non è stata costruita una copia di ciò che era andato perduto. È nato qualcosa di nuovo, capace però di conservare il tracciato, l’orientamento, le campane e soprattutto la memoria della chiesa precedente.
Forse è proprio qui la chiave per comprendere Mogno.
Non è una chiesa costruita dimenticando ciò che la montagna ha distrutto. È una chiesa costruita ricordandolo.
Per approfondire
Per chi volesse approfondire ulteriormente la storia e l’architettura di San Giovanni Battista, segnalo il sito ufficiale della Chiesa di Mogno, dove è possibile trovare altre informazioni sull’edificio e sul progetto.
Consiglio inoltre questo estratto del Bollettino del Comune di Lavizzara di giugno 2026, che contiene un’interessante intervista a Mario Botta sulla Chiesa di San Giovanni Battista di Mogno e un approfondimento dedicato alla valanga del 25 aprile 1986.
Ringraziamenti
Un ringraziamento particolare alla Fondazione Chiesa di Mogno-Fusio e a Locarnese.tv per la preziosa collaborazione e per avermi concesso l’autorizzazione a utilizzare fotografie e materiale video che hanno contribuito ad arricchire questo articolo.

